Surf in the Yem-E-N

Fare i turisti nello Yemen è di per sé una scelta bizzarra. Andarci poi con l’intenzione di surfare è oltre ogni sana immaginazione. Eppure i ragazzi del vertical team l’hanno fatto. Sfidando il fondamentalismo islamico, gli squali, l’assenza di acqua e l’ombra silenziosa della guerra. Sono tornati a raccontarcelo, e tanto basta.

Surfare. Per noi significa viaggiare, conoscere, osare, scoprire cosa c’è oltre alla punta del nostro naso, cosa ci ha regalato il mondo oltre al posto nel quale siamo nati. Questo è il motivo che ci ha spinto, nel luglio scorso, ad imballare due longboard in una scatola di cartone e a comprare 3 biglietti per Sana’a, capitale dello Yemen.

L’itinerario della nostra esplorazione surfistica inizia nella zona di Hawf, laddove la costa oceanica dello Yemen cede il posto a quella dell’Oman, l’intenzione sarà ridiscendere la costa fino alla città di Mukalla e volare verso la misteriosa isola di Socotra.

Usciti dall’aeroporto, la sensazione è di completo smarrimento: l’afa e l’umidità sembrano insopportabili; i nostri occhi europei vedono una cittadina caotica, polverosa, avvolta in una nebbia pesantissima. Incontriamo Khaled, la nostra guida, carichiamo i bagagli sul tetto della jeep, tiriamo un lungo respiro e partiamo.

Percorrendo non più di 20 km il paesaggio muta completamente, dal deserto più arido si passa alla montagna verde, la sensazione è quella di trovarsi in un posto unico. La lingua di asfalto scorre in una giungla verdissima e afosa, giriamo una collina, la nebbia si dirada, abbiamo il primo incontro con ciò che stiamo cercando: l’Oceano Indiano.

La natura, con la sua semplice prepotenza, basta a spazzare via tutti i dubbi, le paure, le incertezze, è la piena solitudine dell’incertezza; una serie di onde selvagge e libere rendono tutto più chiaro, distinto, reale, come a dire: “Beh?! Che fate lì?”.

Scorgiamo una lingua di terra che si sdraia verso il mare. Sembra che crei un’onda destra e la curiosità non fa altro che darci una risposta. Una stradina si insinua in un piccolo villaggio, sbuchiamo in un posto surreale, una spiaggia deserta, avvolta nella nebbia; proprio di fronte a noi capiamo che la lingua di terra è un molo naturale che crea una piccola, ma lunga onda destra.

Siamo stanchi, è tardi, non sarebbe un buon momento per entrare in acqua, gli squali sono una delle incognite che ci affligge fin dalla partenza, ma la voglia è irresistibile, lasciamo da parte ogni pensiero, ogni paura, sfiliamo le tavole ed entriamo. Giusto il tempo di concederci un paio di onde, fino a quando il buio ci obbliga ad uscire, c’è la luna piena, “Kamar”, montiamo le tende e ci infiliamo nei sacchi a pelo, “Kamar piont”, questo è il nome che daremo a questo spot.

Il mattino seguente sono alcune voci a svegliarci: schiamazzi di ragazzini che giocano a calcio vicino a noi. Usciamo dalle tende, ci strofiniamo gli occhi e ciò che vediamo ci lascia senza respiro: al loro cospetto, rialzato su una collina, c’è un vecchio carro armato che punta il cannone proprio verso di loro. E’ un carro armato dell’esercito russo: durante la guerra ha sparato, ha fatto rumore, polvere, vittime. La spiaggia dove prima cadevano proiettili oggi è un campetto da calcio, l’Oceano dal quale sbarcavano navi militari oggi è per noi Kamar piont, per un secondo ci sentiamo fieri di essere surfisti, esploratori, piccoli portatori di pace.

La voglia di rientrare in acqua si fa sentire, surfiamo per ore, vorremmo fermarci qui per giorni, ma vogliamo esplorare e continuiamo a rotolare lungo la costa con la speranza che quel monito di guerra arrugginito venga consumato dal sale e dalla sabbia, in fretta, il più in fretta possibile.

I paesaggi sono incredibili, i villaggi sono argilla nel deserto, tre tubi di ferro in mezzo al nulla creano campetti da calcio, ne vediamo a decine, ovunque. Come in ogni esplorazione, non sempre si trova quello che si sta cercando… a volte si trova anche di meglio.

Il gusto per l’ignoto ci spinge senza motivo su di uno sterrato che ci conduce in una spiaggia completamente deserta, il mare è piatto, non c’è onda, questo tratto di costa è riparato ma non ci importa! Il posto è da favola, ci fermiamo a respirare, a pensare, semplicemente a guardare.

E’ in questa insenatura, a Ras Sharma, che durante la notte veniamo svegliati da uno degli spettacoli più emozionanti che la natura possa offrirci. C’è la luna piena, la sabbia bianchissima a quest’ora, con questa luce, diventa di un blu profondo e flotte di tartarughe approdano al bagnasciuga perdendo la loro naturale agilità sottomarina, con movimenti lentissimi ma precisi, scavano enormi fosse e ripongono decine di uova. Restiamo a bocca aperta sperando di non incontrare Piero Angela a rubarci lo spettacolo.

Giorno per giorno, ci rendiamo conto che in questa terra ogni posto è una scoperta, ogni situazione è unica; una semplice sosta per cercare dell’acqua potabile diventa un pezzo di vita da tenere stretto, la nostra presenza è ovunque motivo di festa, il concetto di turista non esiste, siamo gli stranieri che vengono da un altro villaggio, la lingua è diversa, i vestiti anche, ci portiamo appresso due strani attrezzi, ma sorridiamo e questo basta a tutti. Il pane più buono del mondo ci viene preparato sul momento, il fuoco diventa rovente per scaldare il nostro cibo, non possiamo desiderare di meglio.

“Se questo fosse il tuo ultimo giorno di vita cosa cambieresti? Niente!”

La nebbia è scomparsa, il sole del deserto diventa nostro fedele amico, il sole, SHAMS, è il nome che daremo ad uno degli spot che troviamo a Tabut, a 120 km da Mukalla. Una spiaggia lunghissima e desolata, una secca che produce un’onda sinistra lunga e divertente, oggi Shams ci scalda, Shams ci accoglie. Per un momento abbiamo la sensazione di rallentare, di percepire il feeling intimo di questo posto. Più ci avviciniamo a Mukalla, più la presenza della Somalia ripara la costa dello Yemen e riduce la forza dei monsoni, il mare non offre più onde surfabili, anche se incontriamo picchi che fanno credere che nel periodo in cui il monsone soffia con più irruenza, queste siano zone potenzialmente molto interessanti. Arriviamo a Mukalla, la città nella quale finisce la nostra esplorazione surfistica sulla terra ferma, per poi continuare sull’isola di Socotra.

Il primo vero contatto con una cittadina yemenita, la vita è frenetica, chiassosa, ma allo stesso tempo pacata e silenziosa, il mercato del pesce ci rapisce, urla, contrattazioni, odori, questo è il luogo in cui il pensiero che ogni giorno ci riempiva la testa prima di entrare in acqua diventa realtà tangibile. Il pesce più pregiato sui tavoli umidi e puzzolenti del mercato è infatti lo squalo. Noi lo fissiamo, lo tocchiamo ed una goccia di sudore freddo ci cade dalla fronte.

Siamo a metà del viaggio, ciò che lo Yemen ci ha mostrato fino a qui supera di gran lunga le nostre aspettative. Con la consapevolezza di ciò che lasciamo saliamo sull’aereo, non resta che sederci, allacciare le cinture ed attendere di atterrare a 350 km da qui, sull’isola di Socotra.

E’ un vento fortissimo ad accoglierci, l’isola è uno scoglio di 3500 km quadrati in mezzo all’oceano Indiano, migliaia di chilometri di mare aperto gonfiano i venti meridionali che scagliano la loro irruenza sulle coste dell’isola per tre mesi all’anno.

Partiamo immediatamente, siamo al nord, questa parte di costa dovrebbe essere riparata dal vento, il mare invece è in crespatissimo ed il vento inarrestabile, non ce ne curiamo troppo e ci dirigiamo a sud, verso la costa “esposta”. Arrivati sulla costa meridionale non crediamo ai nostri occhi, tutto è alla rovescia, il vento è quasi assente, l’oceano di un azzurro sconcertante non è in grado di creare onde surfabili, esploriamo in lungo ed in largo, o per i fondali inconsistenti o per le alte scogliere a picco. Ovunque la costa ci respinge, possiamo solo guardare.

Ci sono alberi che smentiscono il presupposto che le radici debbano stare sotto terra, grotte che portano al centro del mondo, piante che si nutrono di roccia, natura che dona incenso, fondali che vivono e si mostrano come metropoli sottomarine, tutto a Socotra è purezza.

Abbiamo avuto la fortuna di essere tra le 4 o 5 persone che finora hanno fatto surf in Yemen e ciò che abbiamo visto e provato è la chiara manifestazione che la realtà è ben diversa dal sentito dire.

Uno dei paesi più armati al mondo, paese nativo della famiglia Bin Laden, simbolo del fondamentalismo islamico, per noi non è stato altro che terra di pace, di scoperta, di onde e di sorrisi. Di armi ne abbiamo viste molte, abbiamo anche sparato, ma abbiamo deciso di non mostrarle, di non parlarne, non per nasconderle o far finta di nulla, ma perché sono un’icona sbagliata, fuorviante per l’occhio occidentale; abbiamo rischiato, accettato la sfida e abbiamo voluto scoprire la vera faccia dello Yemen, la faccia nascosta quella che per noi è di maggior valore.

di Riccardo Chiura

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