
Mentre stiamo ancora festeggiando la medaglia d’oro vinta da Daniele Molmenti non possiamo che rimanere senza parole per l’articolo che compare oggi nell’inserto del La Stampa sul tema della psicologia dello sport a livello olimpico.
Molmenti e’ un altro atleta che ha più volte dichiarato di aver introdotto l’allenamento mentale nel suo programma di preparazione affidandosi al supporto del collega Beppe Vercelli. Daniele rappresenta così un altro atleta che conosce e comprende l’utilità di un percorso di mental training e che sicuramente avrebbe saputo spiegare molto meglio del giornalista della stampa di cosa si tratta. Ma purtroppo quando si parla di psicologia sembrano essere tutti figli di Freud!!
Leggiamo l’editoriale e troviamo subito uno studio della Cornell University che ci dice che la vittoria di una medaglia di bronzo da maggiore gratificazione rispetto alla vittoria di un argento. Un po’ come si diceva all’università: meglio un 28 di un 29 perché il 29 e’ un voto che fa girare le scatole proprio perché e’ ad un soffio dal 30!! Sarà sicuramente uno. studio altamente scientifico ma direi che ai nostri atleti serve a poco questa categoria di psicologi da laboratorio.
Il giornalista prosegue ad illustrare l’allentamento mentale citando manuali di zen, musica rilassante, banalissime tecniche distrattive fino a riportare la testimonianza twitter di Wiggins che dichiara di aver combattuto lo stress con una bella ciucca!!!! Leggendo questo articolo e’ abbastanza chiaro che in Italia non c’e’ sensibilità e cultura dell’allenamento mentale neanche ad alto livello, figuriamoci in contesti più locali!! L’articolo chiude con una dichiarazione del Coni che nel 2012 ha ancora il coraggio di dichiarare che non ci sono psicologi strutturati all’interno dei team olimpici ma che sono i singoli atleti ad investire personalmente su questo fronte.
Per fortuna la realtà e’ leggermente migliore di quella mostrata dal giornalista: esistono federazioni (sempre troppo poche) che hanno uno psicologo di riferimento ma manca ancora una cultura più estesa che all’estero (USA, nord Europa e Australia) e’ oramai una normalita’.
Ma in Italia invece noi psicologi dello sport ci sentiamo dire nel 2008, dopo Pechino, in vista della strutturazione del quadriennio di preparazione olimpica, da una federazione che purtroppo in queste olimpiadi sta faticando parecchio, che ai loro atleti non serve lo psicologo perché hanno degli allenatori molto sensibili. E un po’ come dire non c’e’ bisogno di un cardiologo se c’e’ un ginecologo nei paraggi!!!! E poi, al massimo, se gli atleti sono sotto stress nelle gare olimpiche possiamo sempre dar loro un goccetto di grappa!!!











