E a fine carriera cosa farò?

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Mi sdraio sul letto con un bicchiere d’acqua e leggo. Quando i miei occhi si stancano accendo la tv. Stasera secondo turno degli US Open! Sarà l’addio di Andrè Agassi!? Sullo schermo appare la mia faccia. E’ una faccia diversa da quella nello specchio. E’ la faccia che ho quando gioco. Studio questo nuovo riflesso di me in quello specchio distorto che è la televisione e la mia ansia sale di un’altra tacca o due. Era il mio ultimo annincio? L’ultima volta che la CBS promuoverà uno dei miei incontri? Non riesco a sottrarmi alla sensazione di stare per morire.

[...] Se però il tennis è la vita, allora ciò che viene dopo il tennis dev’essere il vuoto insondabile…Il pensiero mi fa trasalire.

 

Così Andre Agassi scrive nel suo libro Open.

 

Ad un certo punto della carriera arriva quel momento, il momento di appendere la racchetta, la sciabola, gli sci, la carabina o le scarpe al chiodo. Ha ragione Agassi quando dice che è un pò come morire, una parte della propria identità cessa. Provate a immaginare: successo, insuccessi, fama, gloria, polvere, tifosi, critiche, allenamenti, freddo, caldo, avversari, emozioni intense e contrastanti ed ad un certo punto il nulla. Ma il problema è che hai all’incirca 30-35 anni. Cosa accomuna gente come Gianluca Pessotto, Diego Maradona, Michel Platini, Agostino di Bartolomei, Alberto Tomba, Manuela Di Centa, Gianni Rivera? Che alcuni sono entrati in uno stadio depressivo a fine carriera altri no. Non bastagodere dei soldi, a ulteriore riprova che il danaro non è il solo fattore motivante. Non è scontato per un’atleta in sintesi, aver scalato metaforicamente l’Everest, e trovare poi degli stimoliper scalare una nuova montagna.

La capacità di reinventarsi, magari nel proprio sport, è sicuramente un fattore di protezione, che coincide in parte anche con la capacità di darsi nei nuovi obiettivi. Ci sono tanti esempi di allenatori, commentatori, dirigenti ex calciatori, maestri di sci o skiman che sono stati ex sciatori. Ma la capacità di “visione” del proprio futuro passa da un argomento che abbiamo già affrontato in parte in questo blog: conoscere cioè le proprie risorse sfruttando il proprio senso di autoefficacia.

Le considerazioni e le interpretazioni sono tante, ma lasciamo ai lettori di sportduepuntozero un pensiero, un commento o degli esempi per alimentare l’argomento…

Meglio il risultato o la prestazione?

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Mi collego al post di Alessandro sulla motivazione, per riprendere il commento di Stefano che dice:

La difficoltà dal mio punto di vista subentra quando si inizia a praticare uno sport a livello agonistico. Lì il divertimento piano piano svanisce e il risultato diventa una variabile fondamentale per poter continuare a divertirsi.

Dal punto di vista psicologico la ricerca del risultato è sicuramente una della motivazioni più forti che spinge l’atleta, o la squadra, a scendere in campo ad allenarsi quotidianamente. Smentiamo una volta per tutte la famosa frase “l’importante è partecipare” perchè per quella che ho sentito dire più spesso dai miei atleti è “il secondo è solo il primo dei perdenti!”.

Tutti d’accordo quindi sulla sana competizione che motiva l’atleta alla ricerca del miglior risultato possibile. Tuttavia avere solo questo come obiettivo “motivante” è molto rischioso in quanto il risultato comprende diverse variabili che non sono sotto lo stretto controllo dell’atleta, cioè non dipendono da lui. In altre parole, io posso allenarmi per salire sul podio alle Olimpiadi, ho le capacità fisiche, tecniche e mentali per farlo ma….. c’è un avversario che è leggermente più forte di me e io non raggiungo il mio obiettivo di risultato!
E’ molto frequente vedere atleti che durante la gara “mollano”. E questo succede quando capiscono che raggiungere il loro obiettivo di risultato è ormai impossibile. A questo punto la motivazione va a perdersi totalmente impedendo

all’atleta qualsiasi forma di recupero della partita.

Quando si fa un lavoro di preparazione mentale infatti si va alla ricerca non soltanto dell’obiettivo di risultato ma anche dell’obiettivo di prestazione, perchè quella dipende soltanto da me e posso inseguirlo fino al termine della gara. Un esempio: l’obiettivo di risultato è vincere la gara, l’obiettivi di prestazione è di andare almeno sei volte al tiro durante la competizione o di eseguire tutte le virate riducendo sempre di più i tempi di manovra o di riuscire a recuperare le forze tra un match e l’altro.

L’obiettivo di prestazione fa da paracadute all’atleta se l’obiettivo di risultato diventa impossibile da raggiungere ma fa anche da trampolino di lancio perchè se la mia prestazione è al massimo delle potenzialità, è più probabile raggiungere un buon risultato!