In questi giorni stiamo partecipando al XIX Convegno Nazionale di Psicologia dello Sport, presso l’Università di Scienze Motorie di Verona. Tanti i colleghi che partecipano e tanti i contributi esposti, chi più orientato alla teoria, chi più orientato alla pratica. E in questi momenti è interessante riscoprire delle tecniche che oramai fanno parte della nostra pratica quotidiana e quasi vengono date per scontate…
Per esempio, oggi è stato ricordato un lavoro molto interessante sviluppato da una kinesiologa dell’Università di Calgary in Canada, Joan Vickers, all’inizio degli anni ’80 e portato avanti in questi decenni con interessanti risultati.
Vickers ha proposto una metodologia di allenamento per atleti chiamato “Quiet Eyes”. In che cosa consiste questo training?
Ci sono alcuni passaggi fondamentali:
- trovare la giusta localizzazione del focus visivo nello spazio. Ad esempio, per un golfista può essere la parte posteriore della palla oppure per un cestista la parte centrale sopra il canestro.
- Una volta localizzato il punto visivo ottimale (varia a seconda dello sport e del gesto motorio che si deve eseguire!), è importante mantenere lo sguardo fisso sul punto evitando di battere le palpebre per non perdere il contatto visivo con il punto selezionato;
- Questo contatto visivo va mantenuto per un tempo relativamente sostenuto (i golfisti esperti riescono a mantenere il focus per 2 o più secondi) prima di procedere con l’esecuzione del gesto tecnico.
I risultati raccolti da questa ricercatrice dimostrano che gli atleti di elitè hanno maggiori abilità, rispetto agli atleti dilettanti, nel mantenere la focalizzazione visiva costante su un punto cruciale per l’attività motoria che devono andare a svolgere.
Ma cosa serve tutto questo per un atleta?
Innanzitutto questo training produce un aumento della concentrazione durante l’azione motoria, permettendo all’atleta di immagazzinare più informazioni cruciali per la sua prestazione. Fondamentale dunque per tutti gli sport di “precisione” (tiro, biliardo o golf ad esempio!). Ma non solo: provate a pensare ad un portiere che necessita di avere quante più informazioni possibili sull’atleta che sta per calciare il rigore di fronte a lui. Maggiori informazioni dispone, maggior possibilità di scegliere l’azione motoria migliore per contrastare il rigore avrà! Inoltre la focalizzazione dell’attenzione su un punto specifico consente (come effetto collaterale) di allontanare i pensieri disturbanti che potrebbero minacciare la prestazione dell’atleta, permettendo una migliore gestione degli eventi stressanti. E come se non bastasse, sappiamo che chi riesce a focalizzare l’attenzione nel “qui ed ora” è meno soggetto ad alti livelli di ansia competitiva.
Insomma… questo training apparentemente molto semplice (soprattutto perchè abbiamo cercato di semplificarlo al massimo!) è sicuramente uno strumento da approfondire per un atleta.
Per chi di voi fosse curioso di saperne di più, il testo originale di Vicker in cui ci racconta il metodo “Quiet Eyes”, si intitola: “Perception, cognition and decision training. The quiet eye in action!”.
Buona lettura e vi teniamo aggiornati sugli spunti che arriveranno in questi giorni di convegno!


