Giovani sportivi

 Ci sono due notizie in questi giorni che hanno un certo risalto sulle pagine della cronaca dei giornali. Una molto grave e tragica, l’altra di costume e quasi goliardica. A ben vedere però, credo che possano avere una lontana radice comune.

La prima è la misteriosa e tragica morte per “cause ignote” di un nuotatore ventiseienne norvegese, in ritiro negli USA in altura, per rifinire la preparazione in vista deli Giochi Olimpici di Londra 2012.

La seconda è la “scazzottata” tra un giocatore della Fiorentina ed il suo allenatore, con relativo istantaneo esonero del suddetto, il tutto in diretta mondiale…

Cosa possono mai avere in comune due vicende tanto diverse per origine, gravità, spessore?

Mi permetto di suggerire una lettura trasversale legata al mondo dello sport agonistico in generale.

Ho la sensazione che la preparazione dei giovani al mondo dello sport agonistico professionistico e “professionale”, sia molto lacunosa ed affrettata nei suoi contenuti fondamentali. Una volta, quando la velocità in tutte le sue accezioni non era l’unico parametro con il quale valutare la performance di un atleta, si dava il tempo ai bambini di diventare adolescenti, poi giovani uomini, ed infine uomini maturi. Sia dal punto di vista fisico che da quello relazionale.

Già la vita normale, quando eri bambino, cominciava a costruirti; giochi all’aria aperta, pomeriggi interi passati a correre e saltare, non praticando uno sport codificato, ma spesso solo giocando a guardie e ladri o a nascondino (avete idea di quanto sia condizionante un’ora di “rialto” per un bimbo di 8 anni, sopratutto se paragonato ad un’ora di Playstation?). Contestualmente, per restare nella similitudine appena accennata, imparavi che il custode del palazzo era un’autorità, che ti permetteva di fare o non fare delle cose; il vigile ti impediva di scapicollarti in bicicletta fregandotene delle regole del codice della strada; il vicino ti indirizzava verso regole di vivere comune impedendoti di fare un macello in certe ore del giorno.

Insomma, sia dal punto di vista fisiologico che da quello della gestione dei rapporti con il prossimo, venivano inserite nel “sistema operativo” bambino dei circuiti che lo aiutavano, qualora fosse poi stato indirizzato a praticare uno sport a livello agonistico, ad essere pronto ad affrontare stress fisici e psicologici potenti senza soccombere.

 Ora al contrario la pressione per il risultato da ottenere in giovane età si abbina ad una sostanziale impreparazione strutturale a sopportare i carichi di lavoro connessi alla performance e ad uno snaturamento del valore intrinseco della prestazione sportiva, sempre più legata al risultato e non ai sacrifici compiuti per ottenerlo.

In sintesi, “vincere ad ogni costo e con qualsiasi mezzo” è diventato un mantra per tutti: genitori, tecnici e dirigenti, che ripongono aspettative troppo elevate e quindi disattese su atleti troppo giovani e poco preparati e strutturati.

Un consiglio per tutti: torniamo a mettere dei limiti di età per tutti gli sport all’accesso alle categorie agonistiche. Limiti seri ed invalicabili. Inoltre l’età non deve più essere l’unico parametro insieme al talento per far emergere un atleta: inseriamo dei seri parametri di valutazione NON SOLO medica, ma anche funzionale e psicologica!